Estraneo

 

 

 

 

 

 

Nell’attesa del solito rintocco.

La campana petulante scandiva la mezz’ora da sempre. I tempi erano cambiati ma restava là, immutata e immobile, compiendo il suo dovere.

Era stanco. Ne aveva viste di cose nella sua vita. Ora, nella sua città trasformata non si riconosceva, in piena metamorfosi anch’esso.  Lui in imbarazzo con il suo aspetto, la sua borgata e la campana. Quando i figli dei nipoti gli sbavavano addosso schiuma di ciuccio si sentiva a disagio. Nonno due volte di creature che non percepiva  nipoti perché lui non era quel vecchio riflesso allo specchio. Fingeva di esserlo per non offenderli.

Sorrideva di un ghigno forzato guardando le sue figlie ingrigirsi. Erano quasi vecchie, eppure solo un secondo prima erano state bambine schiamazzanti. Ricordava la gioia di essere padre; aveva assaporato il piacere, anche nel baciare guance appiccicose di saliva e zucchero.

A un tratto lo avevano chiamato nonno. Ancora oggi quando sentiva quel termine non sapeva se si riferissero a lui. Era papà e ora estranei gli attribuivano un nome generico e da vecchio.

Si guardava attorno smarrito, adagiato in un mondo che era molti passi avanti a lui. L’oggi una massa frastagliata di visi che non conosceva. Giocava a un gioco malato. Ne era cosciente. Lui nell’oblio, in mezzo a estranei che dichiaravano, senza nemmeno provarglielo di essere la sua famiglia. In realtà nessuno di loro aveva l’aspetto di ciò che era stato.

In alcuni momenti percepiva che il problema era suo. Perso nella malattia della dimenticanza scordava il presente e i suoi visi.

In casa si celava l’insidia del nemico; li sentiva ordire trabocchetti. Gli estranei con il suo sangue, l’osservavano pericolosamente in agguato, alla ricerca di un suo passo falso.

Non ne avrebbe fatti. Per ora no. Come nel  gioco dell’oca  avrebbe raggiunto il traguardo tirando sempre per  primo i dadi. Non sarebbe stato fermo un giro o  magari due, per poi entrare nel girone degli idioti, di  quelli che vengono compatiti. Di fronte alla malattia della memoria o si ride o si prova pena.

Quante volte aveva scorto sorrisi nelle dimenticanze dei vecchi seduti sulle panche del giardinetto? Lui non avrebbe creato umorismo e avrebbe finto memoria d’essere ciò in cui non si riconosceva. L’aspetto che più lo angosciava era causato dalla vecchia che gli dormiva accanto. Aveva l’età e somiglianza con la prozia con cui divideva il piccolo letto al tempo di guerra. Ora la prozia farneticava d’ esserle moglie. L’assurdo dell’alzheimer, pensava, e la lasciava dire. Era un’anziana stanca e decadente non la donna che era stata madre delle sue figlie.

Forse era tutto un terribile equivoco. Lo avevano confuso con un altro. E se tutto ciò racchiudesse sordidi intrighi e  la sua compagna di  vita con le sue belle figlie fossere scappate fingendo che lui fosse un vecchio imbrattato di grigio?

Li avrebbe fregati tutti.

Leggeva il giornale. Fantascienza. Secolo nuovo da ormai quasi vent’anni.  Eppure… il quotidiano di qualche settimana prima  aveva segnalato la data del referendum: o monarchia o Repubblica. W il re! In esilio il re. Ora una ressa di ministri, ministeri, ballerine scollacciate, trans, mignotte, magnoni e  deputati.  Che strano paese era diventato l’Italia in poco tempo.

Non era questo il mondo che conosceva.

Non amava uscire di casa perché faticava a ritrovare la strada. Troppi condomini, deviazioni, cambiavano la città. Le persone di una vita? I suoi vicini di casa? Non c’erano più. Forse se n’erano andati a causa  di un virus chiamato tempo,  oppure risiedevano in strutture senior. Sua figlia aveva usato questo termine. Lui avrebbe quasi riso se non gli fosse venuto da piangere. Senior, vecchi, anziani. Stesso concetto, stesso odore di morte nonostante si cercasse d’ inondarlo di profumo: praticamente la piazzola di sosta prima del desio.

No. Lui non ci sarebbe cascato.  Nessuno avrebbe scoperto i vuoti della sua mente.

Si guardò intorno. Era buio. Non ricordava d’essere uscito. La città brillava con luci invernali. Si strinse la sciarpa al collo, stupito che avessero cambiato i nomi alle vie.  Pensò di non trovarsi  in Italia. Mille lingue. Le facce intorno a lui lo riportavano a Marrakech. Forse era in Marocco? No in Cina. Che confusione!

Dov’ erano finiti la osteria e il biliardo? Camminò lentamente fingendo d’osservare le vetrine. In realtà cercava un punto di riferimento.

Un uomo gli veniva incontro camminando svelto con un sorriso preoccupato. Forse aveva bisogno d’aiuto. Aveva il viso di un ragazzo che ha perso qualcosa, qualcuno.  Il giovane lo raggiunse prendendolo sottobraccio esclamando. «Nonno eravamo preoccupati. Sei uscito da ore eppure ti abbiamo detto d’aspettare Olga.»

Olga? La badante. Ricordò.

Tacque.

In quel preciso istante fissando gli occhi di quel nipote che non conosceva, capì d’essere fermo da molto tempo sulla casella precedente al game over.

Comprese. Non aveva vinto e neanche  barato.

 

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6 thoughts on “Estraneo

  1. DaDe

    Mi hai ricordato mio papà, che per colpa di questo male non c’è più…e con lui molte certezze della vita sono andate via, solo dopo si comprende il valore del tempo passato insieme, che spesso non sappiamo apprezzare fino a quando non diventa ricordo…

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    1. Chiara Bezzo Post author

      Si è terribile amarsi una vita e poi non conoscersi più sentendosi estranei.

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    1. Chiara Bezzo Post author

      grazie Walter. Detto da te che sei uno che se ne intende di arti letterarie è un bellissimo complimento.

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    2. Chiara Bezzo Post author

      grazie anche se non raggiungerò mai i tuoi livelli letterari.

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