É tardi

Parto all’alba con il primo treno. Torno la sera stanca e frustrata. Mi specchio. Gli anni hanno lasciato il segno di questa vita che scorre via; stanca e rassegnata. Amori inutili e fiacchi di cui non ho nemmeno più il ricordo. Le mie figlie crescono. Compiono gli identici errori che commetto ancora oggi io. Stancamente le osservo. Giovani donne con gli occhi malinconici come quelli dei vecchi. Annesse in un sistema in cui i volti, i comportamenti e il linguaggio si allineano alla mediocrità della mia vita. Io sul treno guardo dal finestrino; conosco il numero degli alberi, la postazione di ogni passaggio a livello e identifico  le sagome delle persone che attendono l’apertura delle sbarre.  Tutto pare immutato negli anni, ma non è così. La mia immagine riflessa è cambiata. Il castano è scalfito dal bianco, il mio viso è simile a quello di mia madre quando rassegnata mi osservava perpetuare i suoi stessi errori. Stesso percorso, identico orario, uguale vita da trent’anni. Nella staticità non percepisco neanche più l’odore della primavera. Sul treno ho vissuto  la mia vita: speranze, amori, delusioni, partenze, arrivi e rifiuti. Chi mi ha fatto compagnia nel mio viaggio, dopo avermi giurato amore eterno, ha deciso di cambiare ora di partenza e treno. Ho modificato anch’io l’orario giustificando e dilaniando il mio ego, certa che chi se n’era andato, accompagnasse nel viaggio qualcuno migliore di me. Questa è stata la mia vita. Questa sarà la vita delle mie figlie. Le accompagnerò all’altare vestite di bianco,  attenderò  fuori da una sala parto,  le vedrò invecchiare. Trent’anni e saranno come me. É tardi.  All’età di  vent’anni era già  tardi per me. Sarà  sempre troppo  tardi quando pensi che debba essere così. É tardi anche per le mie figlie che camminano su orme già segnate. É tardi per cambiare. Continuiamo a vivere nell’ordinamento folle e apatico di piccole gioie e piccoli dolori che ci lacerano più di una grande sofferenza.

Sarà sempre tardi.

Sono giunta in stazione. Scendo dal treno e percorro la via che mi porta nella casa che da trent’anni è mio conforto e mia prigione.  Apro con la solita chiave il vecchio cancello. Mi pulisco i mocassini sullo zerbino consumato da scarpe che percorrono la stessa strada da sempre. Le guardo. Davanti allo schermo si accorgano a malapena di me. Preparo la cena. Simile alla cena di ieri e a quella dell’altro ieri. Ci sediamo ai nostri posti. I soliti da sempre. Sono identiche a me. Il loro futuro sarà la fotocopia del mio presente. Viaggeranno su un treno locale che fermerà in stazioni con pubblicità di cartone.É tardi per spezzare la routine. É tardi per cambiare. Mi alzo da tavola. Le mie figlie sparecchiano. I soliti piatti  bianchi  nel lavello. Una catena di Sant’Antonio che qualcuno deve spezzare. Fuori dal cemento piove. Esco. Il mio ego è ferito dagli addii muti. La voglia di amarmi è crollata da un pezzo. Cammino sotto la pioggia per un lungo tratto. Un’auto accosta. Un conoscente mi domanda se voglio un passaggio. Salgo. É tardi  per fuggire dal proprio limbo. Rientro. Le mie figlie mi osservano. Infradiciata. I miei occhi bagnati d’acqua amara, intruglio di sale e pioggia. Restano in silenzio. Si avvicinano a me e piangano anche loro. Tre donne uguali ma di età diverse. Non voglio che siano come me. Per la prima volta percepisco la nostra forza. Nessun rifiuto o assenza può ancora distruggerci. Sussurro “Andiamocene.” Una tace e mi osserva spaventata. L’altra domanda: “Dove”.  Il coraggio mi abbandona. Scuoto la testa e me ne vado a dormire.

Sonosul solito treno a contare gli alberi. Chiudo gli occhi; resto assorta per qualche istante. L’infamia del è tardi, una giustificazione vile di staticità e sudditanza nei confronti di una vita che non deve essere la mia. Mi sollevo dal solito posto, scendo dal treno. Il cielo è meno grigio. Da oggi vivrò a modo mio. 

 

 

 

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