Eccetto Anna

Domanda è imprescindibile da tutto: è bella? Il resto è secondario. Il primo e fondamentale requisito, per essere oggetto d’interesse è la bellezza. Se la risposta è affermativa il discorso può avere un seguito; se è negativa non ha più senso discuterne. Una donna deve essere bella e poi non guasta che sia istruita, capace, simpatica e generosa.

Io stessa ne sono stata schiava per anni e, senza mordermi la lingua, ho pronunciato la fatidica e logorante domanda. È bella? Eccomi dunque inserita nell’omologazione superficiale dell’apparenza, e sebbene, oggi questa domanda mi risulti odiosa, è spesso uscita dalla mia bocca come uno sputo catarroso lanciato contro l’intelligenza femminile. In realtà esistono donne che non sono mai state belle nel senso comune del termine e hanno raggiunto traguardi importantissimi nel mondo dell’arte, della medicina, dello sport e dello spettacolo. Ma sono eccezioni. Io ho conosciuto una di queste donne peculiari. I luoghi comuni assoggettano la massa che rincorre l’effimero. Ciò vale per tutte le persone del mio mondo, eccetto Anna.

Qui inizia la mia storia.

Oggi sulla soglia della sessantina mi sono liberata dal dovere a tutti i costi essere bella. Oggi sono io, e non semplicemente perché ho raggiunto l’età nella quale come una vecchia ballerina ho appeso le scarpette di danza al chiodo, non avendo più la capacità di danzare sulle punte, ma perché ho conosciuto le gioie e i dolori che la bellezza comporta.

Inizialmente tutto appare semplice per una donna di bell’aspetto. Le porte della vita sia affettiva che lavorativa si schiudono facilmente, chiudendosi però repentinamente se bellezza e disponibilità non seguono lo stesso percorso.

Inizierò dal principio.

A cinque anni osservavo la mia prima Barbie e vedevo una fantastica donna in miniatura, con forme assai diverse da quelle che possedeva mia mamma. Spalle piccole, grandi seni, ventre piatto, vitina da vespina (non vespa), gambe lunghissime e affusolate, un sederino tondo e alto, biondissima e con denti splendenti. Inoltre questa splendida piccola donna perfetta, vantava una guardaroba stratosferico.

Lei era il mio ideale femminile e speravo, crescendo, di diventare bella come lei. Le premesse non erano delle migliori, considerando che mia mamma non era né alta né bionda, però possedeva grandi seni, quindi dovevo sperare nella buona sorte.

Con il trascorrere del tempo il mio ideale di donna mutò. Non anelavo più d’essere la stangona miniaturizzata biondo platino, ma ringraziavo la natura che mi aveva gratificato rendendomi una bella ragazza: media altezza, proporzionata, con lunghi capelli castani e un visino in cui brillavano due grandi occhi verdi.

Ero bella, dato di fatto conclamato. L’adolescenza, che spesso regala metamorfosi disastrose, su di me non aveva infierito; talvolta appariva qualche brufolo sulla fronte che nascondevo con una lunga frangia.

A scuola non avevo mai avuto particolari problemi. Studiavo il minimo indispensabile e raggiungevo tranquillamente la sufficienza. Il tempo restante lo trascorrevo nelle tavernette degli amici a ballare.Avevo molti corteggiatori; mai un ragazzo fisso. Volevo essere libera e godermi la vita.

Ero una ragazza che non progettava il futuro nel matrimonio. Aspiravo alla realizzazione lavorativa. Mi diplomai al liceo classico a diciannove anni. Mi sentivo appagata, felice e in grado di ottenere dalla vita tutto ciò che credevo di meritare. Ero bella, intelligente e quando mi iscrissi all’università, a differenza di molte mie coetanee che apparivano intimidite, io ero sicura di me, e lo mostravo elargendo sorrisi e sguardi di superiorità.

Ero bella, amavo essere guardata e ammirata dalle compagne di corso. Non avevo molte amiche, ma non me ne importava. Avevo uno stuolo di amici maschi con cui studiare, scambiare appunti e trascorrere le serate. Frequentavo anche delle ragazze e oggi, rivedendomi, non sono fiera dell’atteggiamento di preminenza che ostentavo nei loro confronti. Ho la certezza di non avere mai avuto amiche. Non potevo averne. Io piacevo a me stessa, dimostrandolo in modo superbo.

Gli anni dell’università li ricordo come un periodo allegro, in cui studiavo volentieri e con facilità. Avevo intrapreso la facoltà di lettere antiche; la mia speranza era di essere assunta nella redazione di qualche rivista importante. Il mio libretto universitario era ben quotato e devo ammettere che spesso durante gli esami ho notato la disponibilità che i professori dimostravano verso di me. Se tentennavo non venivo oppressa con ulteriori domande che potevano indurmi in confusione, come spesso accadeva alle mie compagne meno carine.

Tutti erano sempre disponibili con me.

I miei occhi verdi ammaliavano gli uomini con una facilità incredibile e divenni abilissima nello sbattere le ciglia, creando disagio e confusione nelle persone con cui mi rapportavo. Mi laureai e continuai il mio percorso senza intoppi. Mi inserii nella redazione di un settimanale e iniziai la carriera giornalistica. Trascorsi tre anni sereni. Mi ero fidanzata con il direttore della testata. Mi occupavo della stesura degli articoli più interessanti, sicura di svolgere il mio lavoro con competenza.

Il mio fidanzato mi apprezzava e tutti quelli che lavoravano con me mostravano la stessa considerazione. Oggi sono consapevole che non sarebbe filato tutto così liscio se non fossi stata la ragazza del direttore. Sicuramente non sarei stata trattata con tutti quei riguardi dai colleghi e, come nuova assunta, mi sarei adattata a scrivere gli epiteti funerari nell’ultima pagina, colonna dieci.

Al termine dei tre anni mi ritenevo abbastanza qualificata per fare il salto di qualità e passare a testate più popolari. Presentai domanda per essere inserita nella redazione del quotidiano della mia città. Fui convocata per un colloquio. Mi presentati alla soglia dei trent’anni, in un ambiente strettamente maschile. Vi lavorava un numero esiguo di donne e con mansioni di second’ordine. Tutte. Eccetto Anna, una giornalista di bravura incommensurabile, riconosciuta a livello nazionale. Oggi non mi è possibile pensare a questa donna senza provare un brivido di vergogna per averla spremuta e poi archiviata come fosse un oggetto d’epoca, sottostimandone l’immenso valore.

Il direttore del giornale era sulla sessantina di bell’aspetto: capelli brizzolati a regola d’arte e un sorriso bianco e perfetto che mi fece immediatamente pensare a qualcosa di artificiale. Mi propose d’ affiancare un collega occupandomi della politica regionale.

Mi sentii perfettamente in grado d’affrontare il lavoro che mi era proposto pur non avendo neanche la minima idea in cosa comportasse. Il direttore, con lo stesso tono professionale con cui mi aveva offerto il lavoro, mi invitò per un caffè. Accettai cordialmente.

Ci recammo nel bar attiguo al grande palazzo del giornale. Sedemmo a un tavolino. Lui era molto gentile e mi parlò dei suoi successi giornalistici , finché non mi chiese, cogliendomi di sorpresa:“Hai idea, Arianna, della responsabilità che mi assumo, affidandoti un incarico così prestigioso per il quotidiano?”Risposi con gratitudine.“Le assicuro che non se ne pentirà.”Lui, lasciandomi di stucco in tono gentile ma più autoritario continuò: “Mostrami subito come sei brava. Ho l’appartamento libero, mia moglie è al mare.” Rimasi di gesso, appesa, statica. Simile a un fiore di plastica. Non risposi. Mi venne in auto lui dicendo: “Sei una giornalista discreta, non t’assumerei se non credessi nelle tue capacità. Il problema è che io devo convincere chi sta sopra di me e merito uno stimolo da parte tua. Non credi?” Ripresi fiato e domandai:“Se non accettassi?”Mi ripose garbato:“Saresti un’ingrata.”

Sapevo perfettamente cosa avrei dovuto fare a quel punto del discorso. La scena scorreva nella mia testa precisa come un film, e mi domandavo quanti secondi mancassero perché diventasse realtà. Era semplice. Dovevo uscire dal bar e tornare al mio piccolo giornale di provincia, con la dignità intatta senza vendermi. Trascorse un minuto, poi ne passarono altri tre. Mi alzai dal tavolino. Per andarmene via e chiudere quella vergognosa compravendita? No. Seguii l’uomo nel suo appartamento, mentre sua moglie, come mi aveva educatamente informato, si trovava al mare.

Fu semplice. Un’ora. Accantonai immediatamente l’esperienza nell’archivio delle cose che erano da fare per arrivare in alto. Ottenni il posto. Per qualche mese fui promossa al ruolo d’amante del direttore, senza sentirmi particolarmente a disagio. Persi il fidanzato.

Iniziai la mia carriera.

Avevo trent’anni, molto da imparare. Fui affiancata ad Anna, la donna che mi fu maestra di lavoro e di vita. Anna era di bassa statura, sempre abbigliata come dovesse partecipare a un safari in Kenya. L’osservavo pensando che sarebbe stata una bella donna con i dovuti accorgimenti. Ovviamente non osavo proporglieli. Lei mangiava cosa voleva, vestiva come le pareva, usava scarpe comode e quando io nelle trasferte mi lamentavo di male ai piedi, lei sbuffava e diceva: “Tu indossi scarpe da autolesionista e non da giornalista.”

Per la prima volta nella mia vita mi trovai ad avere un’amica. Non ci frequentavamo oltre l’orario lavorativo. Lei non cessava mai di lavorare: doveva seguire un caso, trovare uno scoop, risolvere un problema. Era single; non so se avesse una vita privata, non ne parlava mai . Era stata inviata come reporter in Iraq durante la guerra del Golfo. Aveva seguito sempre sul posto i mutamenti politici, con i relativi crolli di regime, dei paesi dell’est. Era sempre in procinto di partire ma anche quando non era in città la sua presenza era costante: “Chiama Anna”, ” Anna di sicuro lo sa”, ” Telefona ad Anna e ti dirà come fare “.

Lei era sempre cordiale, simpatica disponibile. Lavorai con lei affiancandola per qualche anno e pian piano la redazione del giornale mutò.

L’ambiente era ancora prevalentemente maschile. Fecero però ingresso in redazione nuove addette stampa: belle e giovani. Inizialmente non ci feci caso finché non mi accorsi dell’acidità con cui queste si guardavano tra loro e osservavano me. Entrai così fa fare parte del circuito antagonistico tipico delle donne.

Erano più giovani? Bene! Mi sottoponevo a massaggi per recuperare la freschezza della pelle. Erano eleganti? Fantastico! Io guadagnavo più di loro e potevo permettermi capi migliori. Erano sexy? Io non ero da meno! Mi agghindavo da sirena a festa, attillata quasi da non potere respirare. Gli uomini come sempre ci valutavano, guardavano e commentavano. La cosa che più mi fa rabbia è che tutte noi, eccetto Anna, cercavamo i commenti e gli sguardi. Eppure non eravamo donne stupide. Ognuna di noi svolgeva il proprio lavoro con professionalità, riuscendo a uscire da situazioni molto complicate in alcuni casi. Eravamo tutte schiave della convinzione che il valore imprescindibile era la bellezza. A ogni costo. Non furono anni facili per me, continuamente alla ricerca della perfezione. Ritenevo che fosse il mondo a volerci così: perfette, belle e sempre più simili l’una all’altra. Vedevo una ruga e la facevo spianare. Non mi soffermo sulle ore trascorse in palestra. Nessuna donna della redazione era in sovrappeso, eccetto Anna.

In quel decennio ottenni diversi traguardi professionali. Lavorai come inviata per un’emittente che stava assumendo un ruolo sempre più importante nel panorama televisivo, in cui fino ad allora aveva regnato incontrastata la RAI. Mi alzavo prestissimo, passavo dal truccatore, dal visagista e dal parrucchiere. Tutto doveva essere eccellente.Anna fu promossa direttrice della testata e tutti partecipammo alla sua gioia. Andava d’accordo con tutti, elargiva consigli senza mai opprimere la personalità di scrittura dei giornalisti. Fece assumere molte donne al giornale. Io all’epoca avevo quarant’anni e gli ultimi dieci li avevo dedicati interamente al lavoro, scendendo spesso a compromessi per ottenere scoop o interviste a persone apparentemente irraggiungibili. Non mi ponevo problemi di servirmi del mio corpo per ottenere favori. Ormai era fatto conclamato nel mio modo di pensare che bellezza e bravura camminavano a braccetto.

Era così per tutte noi. Eccetto Anna.

Lei dirigeva il giornale con piglio sicuro e doveva rendere conto al consiglio d’amministrazione del suo operato. In quelle riunioni io spesso l’accompagnavo.

Lavoravo al giornale da tempo. Ero stimata nell’ambiente. Grazie ad Anna imparai tutti i segreti del mestiere. Mi insegnò la tecnica per indurre le persone a confidarmi i segreti più intimi senza ostentare curiosità. Assorbii il suo carisma e rubai il segreto della sua capacità, riuscendo a ottenere anteprime che molto spesso portarono i miei articoli in prima pagina e in prima TV. Il mio ego cresceva a dismisura di pari passo con la mia perdita d’orientamento. Valutavo le persone con uno sguardo. Il secondo lo concedevo soltanto se il primo aveva risposto positivamente a tutti i canoni estetici prefissati. Sono stata belva feroce, deridendo altre donne. Ho guardato e giudicato con mente maschile ragazze giovani, annientandole e non concedendo loro alcuna possibilità se inferiori al limite estetico che io ritenevo essenziale per fare parte dell’organico. Ho fatto parte delle donne represse e depresse per le quali, quando la natura inizia a traballare la regola è il bisturi del chirurgo. Ho annichilito spesso donne con un’alzata di spalle: ho visto troppe volte sfoggiare nasi, bocche, zigomi uguali a miei.

Ricordo un giorno di primavera, in cui Anna , allegramente ma colpendomi nell’ego, si rivolse a me dicendo: “Io non capisco perché per te sia così importante l’aspetto fisico. Sei una donna intelligente e non riesco a comprendere perché tu riduca tutto a carne da macello.”Inizialmente non ci badai, poi ripensandoci trovai ingiusto il suo commento. Io avevo sempre lavorato con professionalità. Mi mostravo un po’ inflessibile sull’estetica perché da sempre esisteva una regola e non potevo cambiarla : L’avvenenza è essenziale. Lo avevo imparato, accettato. Era così dall’inizio del mondo.In quei giorni accadde però qualcosa che mi portò sul baratro delle mie convinzioni. Il consiglio d’amministrazione doveva rieleggere il direttore, essendo scaduto il mandato. Tutti davamo per scontato che l’incarico sarebbe stato riconfermato ad Anna; nessuno era in grado di svolgere quel lavoro meglio di lei. Il giornale era il più letto a livello nazionale, sorpassando testate epocali. Internet iniziava a farsi avanti ma la carta stampata troneggiava ancora incontrastata.

Era tardo pomeriggio quando ricevetti una convocazione per il giorno dopo da parte della segreteria del presidente. L’istinto mi suggerì di non parlarne con Anna, la quale era in partenza per gli Stati Uniti. La mattina seguente mi recai dal presidente, che senza alcun preambolo mi disse: “Abbiamo pensato di fare un cambio direzionale. Vogliamo dare un’immagine più creativa, nuova, moderna e diciamolo pure…affascinante al giornale. Lei è la persona giusta. Risponda tutti i parametri necessari per essere in grado di sostenere il ruolo. In lei, assoceremo, così, alla competenza la gradevolezza.” Con un tono isterico, che non credevo facesse parte della mia natura, chiesi: “Anna?”La risposta mi giunse forte chiara:“Andrà in pensione. Ormai è una vita che si dedica al giornale.” Domandai:“Posso pensarci qualche giorno?”Lui secco rispose: “Ero certo che aspirasse a ricoprire un ruolo dirigenziale. Mi domando su cosa debba riflettere.”Ripresi “Pensavo venisse riconfermato il mandato ad Anna.” Lui allora alzando le braccia disse: “Signorina se non accetterà dovrò riconfermare Anna, nessuno oltre voi due può ricoprire attualmente il ruolo. Ci pensi fino a domani. Mezzogiorno nel mio ufficio.” Direttrice della più importante testata nazionale a soli quarantatré anni! Ero a conoscenza dello stress continuo a cui Anna era sottoposta, ma anche dell’enorme prestigio che la sua posizione comportava. Lavoravo sodo da molti anni; avevo sempre curato la mia persona con diete, chirurghi estetici, massacranti lezioni in palestra. Vantavo la fisicità di una ragazza di vent’anni. Non potevo permettermi passi falsi. Accettai. Il mio errore non fu quello. Era giusto che puntassi al massimo. Avevo le qualità per farcela. Avevo rinunciato a formarmi una famiglia per la carriera e non me n’ero mai pentita. La mattina seguente, mi presentai in ufficio sicura ed elegantissima. Come sempre captai le occhiate di ammirazione mista a invidia delle mie colleghe ma non me ne curai. L’ufficio di Anna aveva la porta spalancata. Lei era immersa nel suo lavoro. Alzò lo sguardo sorridendomi. Ricambiai. In quel momento capii che non avrei anticipato ad Anna che sarei subentrata io al posto suo. Al termine della giornata Anna uscì e, quando dopo qualche ora passò davanti al mio ufficio, mi lanciò uno sguardo che mi fece salire il sangue al volto, togliendomi il fiato per qualche secondo. Un caldo mi avvolse. Per la prima volta in vita mia provai una vergogna così profonda da abbassare gli occhi. 

Anna rientrò in ufficio. Mezz’ora dopo mi chiamò.Era calma, seduta alla scrivania con il volto apparentemente sereno. Mi fissò per qualche secondo, poi disse: “Arianna, ti faccio le congratulazioni. Da domani inizieremo il passaggio di consegne, anche se oggettivamente non ho molto da insegnarti.” 

Nelle settimane seguenti io e Anna lavorammo insieme. In lei non colsi mai traccia di rabbia o rancore. L’ultimo giorno di lavoro Anna non si presentò in ufficio. La festa che le avevamo organizzato rimase incompiuta. Decisi d’andare a casa sua ma i mille impegni a cui ero sottoposta me lo impedirono o, più probabilmente, furono il senso di tradimento e vergogna a bloccarmi. Si profilò per me un periodo durissimo, carico di tensione procurata dalle responsabilità. Trascorse un anno, due , tre, dieci e non vidi più Anna. A cinquantacinque anni mi ritrovavo il volto stanco benché tirato dal chirurgo. Ero in continua lotta con l’età che inesorabile avanzava. Una sera, mentre realizzavo che stavo cadendo a rotoli, la rividi. Anna era seduta al tavolino di un bar e chiacchierava con un uomo. Era sorridente e, nonostante fossero trascorsi dieci anni dall’ultima volta che l’avevo vista, non era cambiata. Feci per chiamarla, avvicinarmi. Ci ripensai e fui sul punto di allontanarmi.

Lei alzò gli occhi e mi guardò. Ci fissammo per un lasso di tempo abbastanza lungo. Lei sorrise con il suo sorriso onesto, sincero, privo di risentimento. Era bellissima. Per la prima volta nella mia vita compresi che la bellezza autentica è frutto dell’anima e dell’accettazione di sé. Anna non era mai scesa a patti né a compromessi con niente e nessuno. Non si era uniformata alla massa, prendendo parte alla commedia degli orrori, di cui invece io ero da sempre prima ballerina.

Le andai incontro un po’ titubante. I suoi occhi mi fissarono sereni e pietosi, di chi sa che la bellezza esteriore sfiorisce, lasciando amara bile in chi non lo sa accettare. Guardandola realizzai che nessun chirurgo avrebbe mai potuto curare la mia anima, ormai quasi plastificata dalla legge dell’effimero. Mi tornò in mente la frase di un filosofo che amavo moltissimo, che citava: ” Sin da quando siamo nati ci hanno insegnato che apparire è più importante che essere. E a questo dogma abbiamosacrificato il nostro corpo, incaricandolo di rappresentare quello che propriamente non siamo “.

Questo valeva per me, per tutte le persone con cui avevo avuto a che fare. Eccetto Anna.

 

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