Giocando con le favole

«Io sono alto, bello, slanciato, io sono forte e servo per costruire le travi dei tetti e le navi. Come osi misurarti con me?»

Ma il rovo replicò: 

«Se ti ricordassi della scure e della sega chi ti fanno a pezzi, forse preferiresti essere un rovo.»

RIVISITANDO ESOPO:

Rosamunda era la più bella di tutto il roseto.

Amava ammirare la propria immagine riflessa nelle gocce di rugiada che al mattino bagnavano la corolla delle altre roselline accanto a lei. Era incantevole sin da quando era un bocciolo.

Non amava parlare con le altre rose e guardava pietosamente i fiorellini del giardino burlandosi di loro. Ogni tanto il vento trasportava un sussurro “Anonimi, opachi senza colore ma sono fiori o sono forse un errore?” I fiorellini sapevano da chi proveniva quel bisbiglio e umiliati tacevano.  

La bionda signora, padrona della grande casa e del giardino accompagnava spesso nella serra i suoi ospiti. La pianta di rose era il suo grande orgoglio. Rosamunda fieramente cercava di aprirsi a lei per farsi ammirare.

Tutto era perfetto nella vita della giovane rosa; quando era ammirata rideva e presuntuosamente cantava rivolta agli altri fiori: “Io sono bella, sono preziosa, sono la più amata rosa.” Continuava allegramente la sua cantilena per ore e se un fiore le chiedeva d’ intonare un altro canto lei rideva e continuava: “Siete gelosi perché voi non siete dei fiori preziosi.”

Un giorno la bionda signora allestì la tavola per un banchetto importante.

Si recò nel giardino per raccogliere un fiore a ornamento del suo centrotavola d’argento. Indecisa si guardò attorno e il vento le portò l’eco di un canto: “Sono il fiore più bello, con il mio rosso mantello posso far brillare da sola un castello….” La signora si lasciò guidare dalla voce e osservò Rosamunda. Era nel pieno splendore ma, se ora era la più bella di tutti i fiori del giardino, di lì a qualche giorno avrebbe iniziato ad appassire.

Decise. Era perfetta.

Non solo sarebbe stata un bell’ornamento ma avrebbe profumato il salone. Un lamento si percepì nell’aria e poi fu solo silenzio. Terminata la cena e salutati gli ospiti Rosamunda recisa, specchiandosi nell’acqua del vaso piangeva e diceva : “O sorelline a me vicine, piangete con me la mia sventura e non lasciatemi sola nella paura.” Un vento soffiò forte riportando un canto dal giardino: “Noi siamo piccini, senza colore e il nostro profumo non attrae nessuno. Tu sei cosi bella, così brillante e arredi una tavola elegante. Noi non piangiamo perché sei regina, la tua bellezza è stata divina. Noi ora viviamo nel maggio assolato come piccoli fiori di prato. Tu stai appassendo ma, senza rancore né gelosia noi ti ricorderemo sempre come la rosa più bella che ci sia…”  

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