l’uomo che parlava con le pietre

 

 

Sezione Le rocce raccontano primo classificato

Autrice Chiara Bezzo – Torino

Motivazioni: è un racconto poetico pur nella precisione scientifica della spiegazione dei fenomeni della montagna sacra, la montagna dei sogni. Una commistione brillante, di due mondi e due culture. La descrizione dei luoghi è particolarmente suggestiva, ricco di nostalgia il ricordo dei tempi passati, sensibile e delicata l’esposizione dei sentimenti della guida aborigena. L’autrice si muove entro i margini dell’argomento prescelto con stile scorrevole e scrittura gradevole rendendo il racconto compatto, lineare e pieno d’atmosfera. 

L’emozione gli serrò il respiro benché fosse la terza volta che atterrava nell’aeroporto di “Ayers Rock”. La montagna sacra si ergeva impetuosa di fronte a lui con il suo colore di fiamma. Non si stupiva del valore ultraterreno che le genti del luogo le attribuivano. Maestosa, lanciava raggi agli stranieri che profanavano quel sito, che sin dai tempi antichi era ritenuto sacro. Leonardo immaginò lo sbalordimento provato dal primo esploratore europeo trovandosi il massiccio, di cui si ignorava l’esistenza, di fronte. Sicuramente lo stupore iniziale si era ramificato in emozioni potenti e discordanti: meraviglia, incanto, entusiasmo e paura. Il timore, che da sempre l’essere umano prova di fronte a scenari naturali, che neanche le menti più fantasiose riescono ad immaginare. L’imponente roccia arenaria, con le sue pareti a strapiombo, appariva un pianeta a sé. La luce rossa prodotta dai feldspati, simultaneamente alla struttura ferrosa dovuta all’ossidazione, rendevano la roccia simile a un sole incandescente.

Scese dall’aereo, recuperò il bagaglio.

Akielah attendeva Leonardo all’esterno del piccolo aeroporto. Lui scorse immediatamente la jeep. La donna era appoggiata all’auto con la schiena; quando vide il giovane il suo viso non mutò. Leonardo si avvicinò alla ragazza, le stese la mano che lei decisamente strinse. Ancora una volta Leonardo si stupì della forza, che quella donna apparentemente esile, racchiudeva in sé. Nelle sue visite precedenti al sito archeologico aveva avuto modo di conoscerla. Dapprima, era rimasto stupito, che una donna aborigena guidasse gli studiosi. Ora che ne conosceva la storia, la apprezzava e stimava.

Il viaggio iniziò in un silenzio che si protrasse per una decina di minuti, sinché Akielah, con il suo inglese perfetto disse: “Il serpente si spoglia della pelle morta.” Lui sapeva che la sua guida si riferiva alla montagna come a una roccia dotata di vita propria, portandole il rispetto che da millenni gli aborigeni australiani dedicavano a Uluru. Leonardo tacque. La giovane donna proseguì, usando un linguaggio più consono allo studioso: “Le scaglie che si staccano dalla superficie sono di spessore sempre identico. La forma non muta mentre rimpicciolisce continuamente.” Leonardo conosceva perfettamente le dimensioni di quel monte sacro. Lui non notava alcun cambiamento di dimensione. Il monte gli appariva più maestoso che mai con i suoi 348 metri di altezza, 2,5 km di larghezza e i 9 km di perimetro. La donna meravigliò il giovane intuendo il suo pensiero e disse: “Ogni buca ha un suono atavico e man mano che rimpicciolisce se ne ode il canto.”

La montagna era per gli aborigeni il Luogo Sacro dei Sogni; nella sua visita precedente la giovane gli aveva spiegato che ogni fessura, avvallamento e solco possedevano un significato. La donna proseguì: “A te può sembrare semplice umidità ma il serpente velenoso ha lasciato il segno con il suo sangue.” Indicò i fori di un masso e proseguì: “Sono gli occhi di un nemico ucciso milioni di anni fa e quello…” mostrando una sporgenza “ Quello è il naso di un nostro antenato che ora riposa.” Il viaggio proseguì in silenzio. Alcuni minuti dopo, la giovane accostò la jeep accanto all’entrata di un hotel. Entrambi scesero dall’auto. Akielah finalmente sorrise dicendo: “Sono felice di rivederti. Passo domattina alle 6. Sii puntuale.” Risalì sull’auto e partì prima che lui potesse dire qualcosa. Lo studioso ebbe l’impressione che quella donna non esistesse realmente.

Leonardo era titolare di una cattedra universitaria in scienze naturali. La passione principale, a cui aveva dedicato i suoi studi e la sua vita, era il mondo minerale.

Pur avendo da poco superato la trentina, aveva girato quasi tutto il mondo, partecipato a innumerevoli convegni, ascoltato i principali scienziati viventi, da cui aveva appreso ogni nozione e singolo insegnamento. Sul campo aveva imparato a scoprire il mondo minerale. I colleghi e i suoi alunni lo chiamavano l’uomo che parla con le pietre. Lui non se la prendeva e li lasciava dire…La realtà era diversa e molto difficile da spiegare. Lui non parlava con le pietre ma lasciava che fossero i minerali a raccontare la loro storia. Talvolta doveva spingerli a farlo con ricerche e studi, altre volte soltanto osservandoli, loro si lasciavano spogliare lentamente come una donna quando vuole affascinare e mostrarsi pian piano all’occhio dell’amante. Lui riusciva a tracciarne in modo approfondito la storia. Uluru era la località per eccellenza. Il mondo minerale predominava su tutto il resto.

L’uomo per comprendere il linguaggio di quel territorio così lontano, geograficamente e culturalmente dalla vecchia Europa, si faceva aiutare da Akielah. La giovane era molto simile a lui, così legata al mondo minerale, come se possedesse un cuore di cui lei sentiva il battito rispettandone ogni piccolo sussulto. Ancorata alla terra, rispettosa della natura in ogni sua forma, e modernamente intelligente da essere riuscita a ritornare all’origine, traendo il massimo sia dalla cultura anglosassone che da quella aborigena. Akielah era stata sottratta alla famiglia in cui era nata per essere adottata da una coppia inglese. La ragazza aveva accettato il destino senza ammalarsi di rabbia; non appena aveva ritenuto che i tempi fossero maturi era tornata nella sua terra. Non provava rancore per i genitori naturali che l’avevano lasciata andare senza opporsi e amava la famiglia adottiva, che le aveva dato la possibilità di studiare e laurearsi. Era il destino. Ciò che il grande Dio Dei Sogni aveva deciso per lei. Akielah non era la tipica guida turistica. Non avrebbe retto la curiosità di turisti superficiali, che con pensieri e interessi low cost, si servivano delle guide. Secondo Akielah questa gente si riempiva gli occhi e nulla più. Non vedevano realmente; erano alla ricerca continua di souvenir da riporre sul loro bel mobilio o da regalare agli amici. Non vi era in loro passione ma unicamente il desiderio di pestare con le loro scarpe la terra sacra. Lei non voleva profanare il suo mondo con impronte di piedi vuote. La donna guidava gli studiosi veri, o coloro che intuiva avrebbero rispettato la sua terra, senza denigrare o deridere la storia che essa narrava. Akielah aveva provato immediata simpatia per quello studioso italiano che parlava con le pietre; aveva accettato di buon grado di accompagnarlo sul Kata kjuta. Lei conosceva percorsi alternativi, che avrebbero permesso loro di non incappare nelle decine di turisti che in fila indiana, simili a migliaia di formiche, assaltavano il sito con i loro flash.

Akielah la mattina seguente, come previsto, si recò all’albergo in cui soggiornava Leonardo. Lui l’attendeva puntuale. Il breve viaggio iniziò. La donna guidava e lui poteva osservarla in silenzio, senza crearle imbarazzo. Era molto bella, di quelle bellezze diverse, non asfittiche e identiche nei lineamenti, come si usa nel vecchio continente. Akielah era di pelle ambrata, con grandi occhi a mandorla contornati da lunghissime ciglia scure. Il naso, era lievemente largo, e sarebbe stato del tutto sbagliato in un viso diverso. In lei non perdeva armonia e sottolineava le sue origini. La bocca grande e carnosa, lievemente inarcata verso il mento, le attribuiva un’aria corrucciata. Akielah sentendosi osservata disse: “Mi stai studiando. Guarda altrove uomo bianco.” Lui rimase un attimo in imbarazzo quando la ragazza, questa volta sorridendo, disse: “Mantieni l’attenzione sulla scalata che devi compiere. Non sprecare energie. Fa molto caldo e non sarà una passeggiata.” Continuarono il breve viaggio in silenzio.

Akielah arrestò l’auto a qualche centinaio di metri dal sito. Si fasciò il capo con un foulard, indossò occhiali da sole molto scuri e si mise sulle spalle un piccolo zaino contenente l’occorrente per il primo soccorso. Lui la imitò e afferrando la borraccia bevve un sorso. Akielah determinata disse. “Uomo che parla con le pietre, dovresti sapere che se inizi ora a bere, le gambe non reggeranno il caldo e avrai sempre più sete.” Lui chiuse la borraccia e insieme intrapresero la camminata.

Il colore del cielo era mutato e sembrava spennellato di blu. In lontananza si vedeva Uluru, che s’innalzava con il suo colore di fiamma. Ogni tanto un uccello emetteva un suono, quasi ad avvertire gli animali del monte, che due estranei erano entrati nel loro mondo. Akielah, dopo alcuni minuti di marcia, si voltò verso lo studioso, notandone il viso madido di sudore. Finse di non accorgersene e disse: “ Kata Tjuta nel linguaggio Pitjantjajara significa molte teste, anche se gli europei gli hanno rubato l’identità chiamandolo Olga.” Lui, pur conoscendo bene le origini del nome, la lasciò continuare: “Ferdinand von Mueller era stato nominato barone, e per sdebitarsi con il re, ha deciso di chiamare il monte, Olga. Ciò in onore della regina Olga di Württemberg che aveva da poco festeggiato il venticinquesimo anno di matrimonio con il re Carlo I” La ragazza rimase qualche secondo in silenzio, poi amaramente aggiunse: “Ci hanno portato via tutto perché eravamo inesistenti per loro…Ci hanno privato del nostro nome, delle nostre famiglie .” Leonardo camminando qualche metro dietro ad Akielah non poteva vederne il volto, sebbene ne percepisse lo strazio. La donna dopo qualche attimo recuperò la calma e riprese: “ La nostra visita è possibile poiché siamo nella stagione secca e il serpente Wanambi è sceso a valle. Nella stagione delle piogge lui dorme in questi anfratti. Disturbarlo sarebbe sacrilego.” Finalmente i due giunsero sulla cima del monte. La ragazza rivolse un sorriso a Leonardo, concludendo. “Ora puoi bere e riposarti. Non tocca più a me intrattenerti per farti dimenticare la calura e la stanchezza.” Lui fece un cenno di assenso e fu sul punto di dire qualcosa ma la ragazza lo anticipò “Sotto quella roccia troverai una grotta. Lì sarai al riparo del calore e potrai dedicarti allo studio. Se avrai bisogno di me, mi troverai qua.” La ragazza si sedé a terra con le gambe incrociate, sotto un sole potente che rendeva la magia del luogo quasi ultraterrena. Il giovane si allontanò da lei. Seguendone il consiglio, entrò nella caverna. Il buio lo avvolse. Le pupille di Leonardo si dilatarono per assorbire la luce. Dopo alcuni minuti l’ambiente parve in penombra. Dall’interno della grotta, lo studioso poteva osservare Akielah che si riparava dal sole e seduta su un masso osservava la sua terra. La bocca della donna si muoveva lievemente. Lui pensò che stesse pregando. Rimase qualche istante a osservarla, finché l’amore per il mondo minerale, catturò completamente la sua attenzione e iniziò a guardarsi intorno. La roccia era composta da granito, basalto e scisto; lui era salito sin lassù sperando di poter entrare spiritualmente dentro la roccia, lasciando che questa raccontasse la sua storia. Con le mani sfiorò le pareti e presto le sue dita percepirono qualcosa. Fu un attimo …e comprese la motivazione per cui Akielah lo aveva condotto lì. Pitture antiche riproducevano uccelli che si dirigevano verso uno stuolo di canguri. Per qualche secondo non respirò, immerso nella magia di quella storia antica millenni. S’affidò al tatto e chiuse gli occhi …Ora doveva solo ascoltare i minerali. Lui doveva avere la sensibilità di ascoltare il battito di quel cuore, che pur essendo nascosto, c’era. Lo avevano sentito le popolazioni aborigene, il pittore che aveva dipinto, usando materiali semplici come acqua, resina e sangue. Doveva lasciarsi guidare dall’istinto e permettere che l’uomo atavico che risiedeva in lui si risvegliasse. Sentì un suono continuo, quasi una nenia; comprese che si trattava dello strumento sacro degli aborigeni, il didgeridoo e si lasciò trasportare indietro nel tempo. Le rocce attorno a lui erano le stesse di quella misteriosa popolazione che si trovava da 40000 anni sulla terra. Rivide i disegnatori, appartenenti ai diversi clan, dipingere sulle pareti della grotta: canguri, uccelli, la creazione del mondo…Quella era la montagna dei sogni e ciò che veniva sognato o dipinto, secondo il credo aborigeno, si avverava . I minerali trasudavano sangue. Vide dita macchiate di saliva, sangue e resina, che tracciavano segni. Rimase incantato senza provare la minima paura. Poi udì il pianto di un popolo inesistente per il resto del mondo. La terra che aveva dato i natali a loro, ai loro padri e agli antenati, per molto tempo era stata dichiarata la terra di nessuno. A un tratto, sulla roccia rossa, apparve una bambina dai capelli lunghi e neri strappata dalle braccia della madre. Leonardo pianse. Pianse per Akielah e per quel popolo pacifico che credeva nei sogni. Un grosso canguro le passò di fianco, seguito da un uomo di 20000 anni fa munito di arco, e con il corpo rivestito di pittura e cicatrici, di cui molte, sicuramente auto inferte come sacrificio alle divinità. I minerali parlavano, raccontavano e mostravano a Leonardo ciò che sino ad allora aveva studiato sui libri. Improvvisamente, sentì un canto armonioso provenire da una voce femminile. La melodia era poetica e molto dolce. Seguì la voce. Seduta sul masso in cui l’aveva lasciata Akielah cantava ai fiumi, ai monti, al deserto, al sole e alla luna. Rimase ad ascoltarla per un tempo indefinito. Soltanto quando la ragazza si voltò verso di lui, comprese che piangeva. Gli si avvicinò. Lei si ricompose e disse: “Torniamo a valle ora” Il caldo si era ridotto. Lui rimase sospeso a guardare l’orizzonte. Tra il rosso della montagna a 35 teste, avvistò il più bell’arcobaleno che mai gli fosse capitato di vedere nei suoi molteplici viaggi.

Rimase incantato. Un attimo dopo qualcosa si mosse su una cima lontana, assai simile alla coda di un mastodontico serpente. Akielah sorrise e guardando Leonardo disse: “Wanambi ti dà il benvenuto e ti regala l’arcobaleno.” Leonardo quasi senza rendersene conto tese la mano ad Akielah e non fu più uno straniero, ma sentì di appartenere a quel popolo e a quella terra, ritenuta per troppo tempo la terra di nessuno.

Dalla cima del monte, le rocce apparivano, grazie ai colori dello sfavillante arcobaleno, ancora più luminose e mentre loro scendevano dal monte, si udì un forte sibilo che per un attimo li colpì con un vento forte e caldo. I due guardarono in alto; una sagoma di serpente si accartocciava sulle cime per riposare.

 

 

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