Il magico mondo di Meringa

 


Meringa viveva in un mondo fatto di pasta frolla, bignè, chantilly e nocciolato.

Sorrideva, apparentemente felice in quel marasma di panna e miele. Estranea, in un mondo in cui tutti vivevano; lei mangiava. La sua vita era costruita su un’alta montagna di profiteroles crostate e tiramisù. Non gliene importava nulla del peso,  tantomeno del grasso che le riempiva il corpo e come una droga le obnubilava la mente. Il suo pazzo mondo reclamava zucchero!

Aveva vissuto un’infanzia derisa. Lei, consapevole che ciò che desiderava era soltanto dolcezza, sorrideva e mangiava.

Meringa. Questo il nome benevolo che aveva scelto per sé, impedendo che gliene attribuissero di più crudeli. L’unico che ancora oggi la rappresentasse.

Non aveva amiche. Ormai se n’erano andate tutte, o meglio, le aveva allontanate. Ognuna con il suo destino. Meringa preferiva essere sola che compatita da estranei.

 Cercava dolcezza ed era in grado di trovarla; non aveva bisogno d’altro che sentire lo zucchero sciogliersi in bocca. Ciò per lei era vero affetto, un abbraccio nel cioccolato che mai ingannevole, generoso si dava.

Ho tutto, ripeteva spesso a se stessa sorridendo.

Non ho bisogno di nulla di diverso.

Non voglio amori, batticuori né tramonti in spiaggia.

Non desidero amanti che mi abbandonino stanchi.

Non voglio sere stellate, né notti che il giorno dopo suonino di note stonate.

Non voglio il sole che mi scaldi la pelle, né il mare che con il fragore delle sue onde al primo vento si trasformi in bufera, regalandomi tormento e lasciandomi soltanto silenzio.

Meringa tendeva a non piangersi addosso. Ciò  che era passato non poteva essere causa del presente.

Dolore?

Era certa che ogni parola in rima con dolore fosse sinonimo di sofferenza:  amore, rancore, calore, bruciore, afrore, adulatore, genitore.

Riecco il passato sdentato e crudele. Accidenti alla casa in cui era cresciuta tra sole e gelo! Ciò che appariva rosa di giorno era nero di notte. Non conosceva baci o carezze ma artigli, colli di bottiglia, schiaffi e castighi. Bambole che al buio si trasformavano in vipere, succhiandole la linfa mentre tra polveri magiche ed erbe malefiche si spegneva il suo mondo di giochi.

Non c’era mai stato amore per lei ma un intruglio amaro ricco di solitudine, giochi crudeli, nottate in cantina, estati negate, vacanze al mare perse nell’alcool di genitori senza coraggio, poveri di parole ma ricchi d’afrore che colmavano di  sporcizia ciò che avrebbe dovuto essere amore.

Meringa sentì l’impellente bisogno di zuccheri.

Capì d’essere sul punto di svolta. Cambiare. Accettare il passato senza nascondere il veleno ricoprendolo di panna montata o proseguire in una dipendenza assoluta che l’avrebbe condotta al desio.

Decise in un attimo. Il percorso era segnato.

 Lei era Meringa. Doveva colmare l’amaro.

 

 

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