Ophelia

D’amore vivi e muori.

Nella lotta interna d’amori e dolori, vaneggiando regali invisibili fiori.

Ti contorni  il capo di desiderio e follia nel delirio di un bugiardo Amleto che rinnega amore, rivestendo le sue vesti di lutto e il tuo cuore di nero, annichilendoti a debole feto.

Dolce donna; come tante, uccisa da disperazione e passione,

trascinata nell’oblio senza fondo,  invochi pietà nell’alone di morte.

Il fiume  ha pena di te e prima d’inghiottirti ti culla,

poi ti divora nel buio che già ti ha aspirato la mente nel nulla.

Dissennata di dolore e rabbia, di gioventù e delirio

in un imposto martirio.

Il tuo grembo accoglie il capo del tuo carnefice soffocandoti  con un laccio stretto di speranza e rabbia,

obnubilando il tuo senno di nebbia.

Ofelia di un tempo scritto,

interpretata in mille note, poesie e versi,

che rendono i tuoi pensieri spersi.

Morente.

Viva nelle ossessioni d’amore,

nella perdita di te stessa,

nelle ortiche dell’anima che ti succhiano,

diventando spine appuntite che ti rendono nei secoli vittima eponima.

Nessun amore,  promessa o bugia d’amore merita un cambio di sorte

che ti anneghi in un limbo di morte.

Ieri come oggi vittima e aguzzina d’ amore

che altro non è che buio che alla ragione s’inchina.

C’è un salice che cresce storto sul ruscello

   e specchia le sue foglie canute nella corrente di vetro;

   Lì ella fece fantastiche ghirlande, di ranuncoli,

   ortiche , margherite, e di quei lunghi fiori purpurei

   a cui gli osceni pastori danno un nome più volgare, 

   ma le nostre caste fanciulle chiamano dita di morto. 

   Lì, sui rami spioventi arrampicandosi ad appendere

   le sue coroncine, un maligno ramoscello si spezzò,

   e giù caddero i suoi fioriti trofei e lei stessa

   nel piangente ruscello. Le sue vesti si allargarono

   e come una sirena per un poco la tennero su, 

   e in quel mentre cantava passi di vecchie canzoni

   come una inconsapevole della sua ora disperata,

   o come una creatura nata e cresciuta 

   in quell’elemento. Ma non poteva durare a lungo,

   e infine i suoi vestiti,  pesanti di quanto avevano bevuto

   trassero la povera infelice dal suo melodioso canto

   alla fangosa morte.

William Shakespeare, Amleto, atto IV, scena 7,

 

 

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