Un Italiano

 

Talvolta pensando al mio paese mi viene in mente un cesto di frutta vuoto. Non c’è più nulla dentro. Ciò che un tempo è stato fierezza e orgoglio è sepolto con i  fondatori della Patria. L’Italia unita tra contrasti e polemiche prima e dopo spersa in un Europa di bandiere, ha annichilito la nostra  identità già confusa. Penso ai giovani che hanno perso la vita per unire il nostro paese e mi domando se quel sangue sia valso a qualcosa. Il senso di appartenenza non c’è più e il patriottismo ora è un termine che fa quasi ridere, eppure c’è chi ci ha creduto e con coraggio, ancora prima che si formasse l’Italia, scriveva Viva Verdi, per sottolineare la speranza nell’unità.

Lo Stato sembra non esistere e nessuno oggi sembra provare orgoglio nell’essere italiano.

Eppure…qualcuno c’è stato. Oggi parlerò di lui.

Un  ragazzo, quasi scordato dalla nostra storia recente, etichettato come mercenario e abbandonato a servizi giornalistici di qualche anno fa.

Lui era un giovane come tanti. Viveva a Genova da sempre con la famiglia pur essendo di origine siciliana. Era panettiere, figlio di panettieri. La storia l’aveva studiata a scuola e sicuramente  non avrebbe mai pensato di scriverne una riga importante, seppur ormai quasi dimenticata. Lui un uomo come tanti, che a un certo punto della vita si è trovato senza un’occupazione dopo la chiusura della sua   panetteria. Praticava da sempre arti marziali e in cerca di un lavoro ha seguito un addestramento per  essere arruolato come guardia del corpo nell’esercito statunitense.

Un mercenario? Poco importa. Il suo lavoro consisteva nel proteggere persone e infrastrutture.  Essere al soldo dell’esercito non faceva di lui una persona migliore o peggiore di altre (almeno sino ad allora). Prestava servizio in Iraq in un periodo storico bollente. Non era l’unico italiano a lavorare per l’esercito; c’erano tremila militari italiani  in quel lembo di mondo assoldati dalla Gran Bretagna e dagli  Stati Uniti. Guadagnava bene ma il suo lavoro era rischioso, svolto in una terra ricca di insidie.

Questo ragazzo  nonostante facesse parte dei tremila italiani in Iraq è stato molto sfortunato e il tredici aprile del duemilaquattro, insieme ad altri tre suoi colleghi è stato rapito da un gruppo estremista chiamato Falangi Verdi di Maometto,  un nome apparentemente inoffensivo formato da delinquenti estremisti, violenti,  che odiavano gli occidentali e tutti coloro che non fossero di religione islamica.

Sia lui che i suoi colleghi avevano preventivato la morte. Sicuramente avevano sperato in una soluzione diplomatica ma non erano nè illusi nè stupidi.  Deduco ne parlassero sottovoce nei  giorni del sequestro. Avranno forse pregato e sicuramente pensato alle loro famiglie in Italia. Avranno vissuto momenti di angoscia, di speranza, di terrore e si saranno fatti coraggio l’uno con l’altro sperando di uscirne vivi.  Io fatico a immaginare il loro stato d’animo e posso solo ipotizzare che le ore sotto sequestro fossero interminabili. Avevano fatto bene auspicando un esito positivo  perchè  in effetti tre di loro sono tornati in Italia anche se ancora oggi c’è reticenza a spiegare le motivazioni del rilascio.

Tre uomini su quattro sono tornati vivi in Italia. Il quarto era il genovese. Lui non vide più l’Italia. Fu brutalmente assassinato in Iraq. Successe qualcosa, che decise il destino del ragazzo:  forse una parola di troppo, uno sguardo, o semplicemente una ferocia violenta da parte dei sequestratori islamici che si è riversata su di lui. Ciò sebbene tragico, segnerebbe l’assassinio di un uomo da  parte di terroristi islamici, come troppe volte abbiamo visto nei sanguinosi filmati inviati ai telegiornali.

Lui però non era un condannato a morte come tanti altri purtroppo se n’è visti. Lui era un eroe. Pochi istanti prima di morire (il video ne è testimonianza) chiese di potere togliere la benda.  Un terrorista gli rispose di no. Lui tentò ugualmente di levarsela pronunciando: Ora vi faccio vedere come muore un italiano. Pochi secondi dopo fu fucilato alla schiena da due colpi  che lo uccisero . Lui cadde a testa in giù, gli fu levata la kefia e dopo avere mostrato il volto alle telecamere il ragazzo fu gettato un una buca e i suoi assassini in coro farneticarono in arabo: É nemico di Allah. 

Sarà stato nemico di Allah,  ma sicuramente  era assai diverso dai vigliacchi assassini che hanno ucciso colpendo alle spalle un uomo legato e incappucciato. Lui era un  Uomo. Un eroe suo malgrado,  fiero di appartenere a quel paese che noi non amiamo più.

Non voglio discutere sulla scelta e sulla polemica che ci fu per la celebrazione dei suoi funerali. Destra e sinistra  si spennarono e alla fine gli assegnarono una medaglia al valore civile che ritirarono i suoi familiari. Le sue esequie furono celebrate in forma solenne ma non di Stato.

Questo ragazzo si chiamava Fabrizio Quattrocchi.

Ho scritto il suo nome al termine dell’articolo di proposito. Voglio sia l’ultima cosa che si legga perché rimanga sempre impresso nella testa. Ricordiamocelo. Fabrizio Quattrocchi.

 

                                      

 

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